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sabato 14 maggio 2011

Lo coscienza di Pac-man

Gli amici di filosofiablog.it sono stati così cortesi da inviarmi un paio di link adatti per affrontare la questione posta in "Test per astroincreduli".

Eccoli qui:

http://plato.stanford.edu/entries/brain-vat/
http://www.iep.utm.edu/brainvat/

Non sto a spiegare nulla, visto che sono due testi sufficientemente estesi e chiari che affrontano il tema basandosi su un esempio (il cervello nella vasca) che ha forti similitudini con l'idea del videogioco.

Ma ci sono anche grandi differenze, a parer mio, nei due diversi casi: in uno tutto si svolge dentro al cervello, nell'altro ci sono attività fisiche guidate dal cervello. Per quanto immersi in un contesto che, per comodità, possiamo continuare a pensare "irreale", quale il videogame, esistono gesti fatti verso l'esterno dell'essere pensante protagonista (noi stessi). E non è poco.

L'altra sera ho avuto un lungo dialogo con il mio miglior amico su cosa porterebbe l'avere certa coscienza della nostra, diciamo così, "immersione" nel videogame. E' apparso ovvio che se tutto ciò che vediamo intorno a  noi, persone incluse, fosse solo un ammasso di pixel allora molti aspetti della nostra morale potrebbero subire revisioni pesantissime.
Chiunque abbia giocato a Pac-man non ha certo vissuto alcun senso di colpa nel "mangiare" gli avversari del mostricciatolo boccuto comandato dal joystick. Ergo se QUESTO mondo fosse un livello qualsiasi di un gioco analogo, della morte nostra o altrui potrebbe importarci assai poco.

Trovate terribile la cosa?

Beh, c'è di peggio.

Noi pensiamo ai pixel perché i videogiochi che noi conosciamo sono basati appunto su computer, programmi e pixel. Ma in futuro potremmo essere in grado di produrre cose analoghe con tecnologie completamente diverse. Potremmo giungere a manipolare gli elementi, i batteri, le entità minime di vita terrestre esattamente come oggi manovriamo bit e pixel.

Pixel e cellule, secondo questa visione, sono assimilabili. Differente la tecnologia, simile l'effetto, uguale il valore intrinseco. Il valore. Qualsiasi valore esso sia.

Dunque, se ora non ci dà nessuna sensazione negativa né senso di colpa "uccidere" un essere fatto di bit e pixel, forse in futuro proveremo la stessa serenità giocosa nell'eliminare personaggi del gioco fatti di cellule.

Nella nostra vita però siamo abbastanza saggi da non considerare gli esseri umani (e anche altri tipi di entità e anche solo certi tipi di esseri umani) come una massa di cellule, atomi, quark.

Ma se qualcuno avesse i mezzi per costruire NUOVE entità viventi (magari anche pensanti e soggetti ad emozioni e sentimenti) la nostra ritrosia nel far loro del male si manterrebbe nella nostra coscienza? Se ci venisse spiegato ogni giorno che quelle entità sono un frutto, anzi un prodotto, della nostra stessa tecnologia, davvero sapremmo metterle sullo stesso nostro piano e non infierire su di loro?

Ed in cosa sono NUOVE? Sono nuove perché non c'erano prima, si dirà. "Non c'erano" sta a significare che "non esistevano", ma per estensione che "non ne sapevamo dell'esistenza" o che "non interagivamo con loro", tipo gli indios sudamericani dopo le scoperte geografiche europee tra XV e XVI secolo.
Che sono stati sterminati, pac-man like.

Una volta anche gli immigrati non c'erano, non esistevano, non ne sapevamo l'esistenza (stavano a casa loro e quindi non erano emigranti né immigrati) e non interagivamo con loro.

I limiti della coscienza del male sembrano distruggersi facilmente quando li applichiamo ad entità di cui non conosciamo l'origine, che non riconosciamo come pre-esistenti a noi stessi ed al nostro ambiente.

E' nella nostra esperienza umana, e ben prima che nel ragionamento filosofico, che noi riusciamo ad inviduare altri esseri senzienti come "altro da noi", come ammasso di cellule, come pixel colorati sul televisore che ci mostra gli sbarchi.

mercoledì 20 aprile 2011

Affidarsi

Come si sarà capito, in questo blog ci sono più domande che risposte.

Leggendo questo articolo, magari depurato di qualche eccesso giornalistico, di questioni ne sorgono tantissime.

Passati due anni dalla sua pubblicazione, viene da pensare al fatto che azienda e lavoratore (di qualsiasi grado esso sia) sembrano sempre più distanti e, insieme, sempre più connessi.

Sebbene questa sensazione si rafforzi ogni volta che si vive un periodo di crisi economica (se vi capita, leggetevi "Furore" di John Steinbeck, la cui storia si svolge proprio in quel periodo), questa dicotomia tra l'umano ed uno dei suoi più classici ambienti sociali è sempre presente nella nostra storia recente.

Se è vero, com'è stato detto, che lo Stato si fonda sulla paura, o meglio sulle paure, e che a queste pone freno attraverso le sue attività più classiche (difesa delle frontiere, dell'ordine interno, del lavoro ecc.) ci si può chiedere quanto l'azienda possa sostituire, in un momento di "Stato debole" in molti Paesi, quella funzione protettiva.

Spesso questa fiducia riversata verso l'azienda verso cui si lavora viene tradita.
Ed i discorsi "cinici" di molti, non preservano quelle stesse persone dal dolore che tale "tradimento" comporta.

Dunque, ci si fida periodicamente di qualcosa che già sappiamo lucidamente (sulla base delle regole del mercato) si comporta con ampio disinteresse dei destini umani coinvolti nelle proprie dinamiche economiche.

Quanto è forte la paura umana del domani, se essa è così forte da far ripetere continuamente questo "affidamento" nonostante le continue disillusioni?

E le parole? Quanto del gergo che usiamo per parlare di lavoro sono fragili culle della fatica di vivere?
"Welfare" sembra la perfetta sintesi di quest'ultimo interrogativo.