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martedì 21 giugno 2011

Il creatore smemorato.


Chi siamo? 
Anzi, meglio, chi è chi?

Secondo la versione italiana di Wikipedia, CHI è innanzitutto l'acronimo di Computer Human Interface (che viene tradotto come "Interfaccia Uomo Macchina").

E' interessante "Interfaccia Uomo Macchina". Innanzitutto perché questa formula sembra mettere alla pari le due entità, l'Uomo e la Macchina. Non uno che usa l'altra e nemmeno il contrario. Dunque l'espressione definisce una relazione esistente, ma di cui non sappiamo altro.

Ed "Interfaccia" non è un vocabolo così chiaro.
Se si continua ad usare Wikipedia, "Interfaccia" può voler dire sia "dispositivo fisico o virtuale che permette la comunicazione fra due o più entità di tipo diverso" sia, in chimica, "la superficie di contatto fra due fasi distinte in una mistura eterogenea".
Ancora un altro passo che, come camminassimo in cerchio, ci riconduce all'inizio: "due o più entità di tipo diverso", così come "mistura eterogenea" danno l'idea un rapporto paritetico tra una entità sull'altra, che a sua volta può (deve?) spingerle addirittura a diventare una cosa sola.

Se diventano una cosa sola, allora non serve l'Interfaccia.

Non è un gioco di parole, a pensarci bene. E nemmeno è il caso di affidarsi a Wikipedia per avere delle definizioni precise.

Chi è chi, dunque?

Esiste un nostro "chi" che possa dirsi indipendente dalle relazioni con qualcosa d'altro? "Cogito ergo sum", senza voler entrare in ambiti filosofici complessi, sembra dirci che possiamo definire il nostro "chi" ovvero "che esistiamo" in base al fatto che pensiamo. Ma potremmo mai farlo da soli, visto che come minimo per definirci abbiamo bisogno di un linguaggio, che a sua volta esiste solo sulla base di una relazione di cui esso è il mezzo?

Un'entità cosciente sorta dal nulla in un pianeta disabitato e vuoto avrebbe un "chi" con cui definirsi?

Se è vero che non riusciamo ad immaginare nulla che non abbiamo già visto, quel tapino non avrebbe nemmeno la consolazione di invertarsi qualcosa fuori di sé... che tristezza essere un Dio senza ricordi sufficienti a cui ispirarsi per creare l'Universo!

lunedì 6 giugno 2011

Chi ricerca, ritrova!

Credo appaia a molti come assolutamente affascinante l'idea che persone vissute migliaia di anni prima di noi siano giunte a conclusioni assai precise sia su fatti che riguardano la psiche umana sia su fenomeni più strettamente scientifici.

Sin da piccolo, mi ha sempre colpito l'idea che i popoli antichi di tutto il mondo avessero una così precisa visione dell'astronomia, tanto da fare calcoli molto complessi su albe, tramonti, inclinazioni solari, eclissi. ecc. ecc.
Avevano mezzi assai semplici, rispetto ad oggi, ma riuscivano comunque a capirci parecchio.
Il loro senso del tempo era così particolare che erano in grado di fare osservazioni stellari che duravano per più generazioni umane, trasmettendosi nel tempo i dati man mano emersi e così riuscendo a calcolare con enorme precisione i movimenti degli astri.

Ovviamente, oggi si è molto più avanti di allora e, benché restino insoluti problemi enormi, le nostre conoscenze su materia e cosmo compiono straordinari passi avanti ogni giorno.

La teoria delle stringhe, dimostrata sul piano matematico ma finora ancora non sufficientemente comprovata sperimentalmente, è una soluzione proposta da alcuni decenni per avvicinarsi alla soluzione del più rilevante problema fisico che oggi ci appare innanzi, l'unificazione delle forze.
Tralascio ogni descrizione dell'una e dell'altra cosa, perché quello che mi preme sottolineare è la grande similitudine tra quanto previsto dalla teoria delle stringhe e quanto descritto dalla cosmogonia vedica (qui trovate qualche riga a riguardo, in una descrizione molto semplificata).

In sintesi, l'Universo (anzi, gli universi) descritti dai Veda ca. 4000 anni fa assomiglia molto a quello previsto dalla teoria delle stringhe. Le somiglianze si estendono all'aspetto, alla modalità di evoluzione e persino a particolari ancora solo scientificamente oggi presagiti, ma già descritti con grande accuratezza nei testi vedici.

Premesso che le similitudini esistono solo in quanto NOI le costruiamo (sulla base delle conoscenze che abbiamo oggi su Universo e Veda, nell'esempio) e quindi un sano senso di distacco è sempre bene tenerlo, nondimeno ritengo sia di grande aiuto tanto nella speculazione filosofica quanto nella ricerca scientifica questa idea che più avanti si va più indietro si ritorna.

Insomma l'idea sempre veleggiata nel pensiero umano che vi sia una "circolarità" nella vita umana (vita, morte, rinascita) quanto nell'universo (inizio, espansione, fine e nuovo inizio) sembra estendersi anche alla conoscenza quando, come in questo caso, essa sembra dapprima espressa nella religione, poi persa nella storia ed ora tornare a noi attraverso la scienza.

sabato 14 maggio 2011

Lo coscienza di Pac-man

Gli amici di filosofiablog.it sono stati così cortesi da inviarmi un paio di link adatti per affrontare la questione posta in "Test per astroincreduli".

Eccoli qui:

http://plato.stanford.edu/entries/brain-vat/
http://www.iep.utm.edu/brainvat/

Non sto a spiegare nulla, visto che sono due testi sufficientemente estesi e chiari che affrontano il tema basandosi su un esempio (il cervello nella vasca) che ha forti similitudini con l'idea del videogioco.

Ma ci sono anche grandi differenze, a parer mio, nei due diversi casi: in uno tutto si svolge dentro al cervello, nell'altro ci sono attività fisiche guidate dal cervello. Per quanto immersi in un contesto che, per comodità, possiamo continuare a pensare "irreale", quale il videogame, esistono gesti fatti verso l'esterno dell'essere pensante protagonista (noi stessi). E non è poco.

L'altra sera ho avuto un lungo dialogo con il mio miglior amico su cosa porterebbe l'avere certa coscienza della nostra, diciamo così, "immersione" nel videogame. E' apparso ovvio che se tutto ciò che vediamo intorno a  noi, persone incluse, fosse solo un ammasso di pixel allora molti aspetti della nostra morale potrebbero subire revisioni pesantissime.
Chiunque abbia giocato a Pac-man non ha certo vissuto alcun senso di colpa nel "mangiare" gli avversari del mostricciatolo boccuto comandato dal joystick. Ergo se QUESTO mondo fosse un livello qualsiasi di un gioco analogo, della morte nostra o altrui potrebbe importarci assai poco.

Trovate terribile la cosa?

Beh, c'è di peggio.

Noi pensiamo ai pixel perché i videogiochi che noi conosciamo sono basati appunto su computer, programmi e pixel. Ma in futuro potremmo essere in grado di produrre cose analoghe con tecnologie completamente diverse. Potremmo giungere a manipolare gli elementi, i batteri, le entità minime di vita terrestre esattamente come oggi manovriamo bit e pixel.

Pixel e cellule, secondo questa visione, sono assimilabili. Differente la tecnologia, simile l'effetto, uguale il valore intrinseco. Il valore. Qualsiasi valore esso sia.

Dunque, se ora non ci dà nessuna sensazione negativa né senso di colpa "uccidere" un essere fatto di bit e pixel, forse in futuro proveremo la stessa serenità giocosa nell'eliminare personaggi del gioco fatti di cellule.

Nella nostra vita però siamo abbastanza saggi da non considerare gli esseri umani (e anche altri tipi di entità e anche solo certi tipi di esseri umani) come una massa di cellule, atomi, quark.

Ma se qualcuno avesse i mezzi per costruire NUOVE entità viventi (magari anche pensanti e soggetti ad emozioni e sentimenti) la nostra ritrosia nel far loro del male si manterrebbe nella nostra coscienza? Se ci venisse spiegato ogni giorno che quelle entità sono un frutto, anzi un prodotto, della nostra stessa tecnologia, davvero sapremmo metterle sullo stesso nostro piano e non infierire su di loro?

Ed in cosa sono NUOVE? Sono nuove perché non c'erano prima, si dirà. "Non c'erano" sta a significare che "non esistevano", ma per estensione che "non ne sapevamo dell'esistenza" o che "non interagivamo con loro", tipo gli indios sudamericani dopo le scoperte geografiche europee tra XV e XVI secolo.
Che sono stati sterminati, pac-man like.

Una volta anche gli immigrati non c'erano, non esistevano, non ne sapevamo l'esistenza (stavano a casa loro e quindi non erano emigranti né immigrati) e non interagivamo con loro.

I limiti della coscienza del male sembrano distruggersi facilmente quando li applichiamo ad entità di cui non conosciamo l'origine, che non riconosciamo come pre-esistenti a noi stessi ed al nostro ambiente.

E' nella nostra esperienza umana, e ben prima che nel ragionamento filosofico, che noi riusciamo ad inviduare altri esseri senzienti come "altro da noi", come ammasso di cellule, come pixel colorati sul televisore che ci mostra gli sbarchi.

sabato 7 maggio 2011

Test per astroincreduli

A cento anni da oggi, con una potenza di calcolo immensa, un metodo di programmazione adatto, ispirandosi alla vita per come la conosciamo su questo pianeta (e magari quel giorno ne conosceremo anche altre) e basando il tutto sulle regole della fisica, che razza di videogiochi potremmo inventare?

Magari si potrebbe inventare un gioco che si chiama "Cosmo".
Naturalmente il realismo del tutto sarebbe pari alla potenza di calcolo già citata. Tutto inventato, ma tutto reale insomma.

Reale soprattutto per i personaggi del videogame.

Ai "terrestri" potremmo dare una serie di regole base su cui basare le loro reazioni all'ambiente attorno.

Poi un sistema che desse un valore numerico diverso ad ognuna di quelle regole man mano che il gioco va avanti, lasciando poi al personaggio una "variabile aperta", diciamo così, che chiameremo "libero arbitrio" e che sarà un valore in grado di incidere sul successivo comportamento dell'omino.

Finiamola qui, tanto chi legge ci è già arrivato.

C'è chi pensa che GIA' noi viviamo in un videogioco ed ha pensato che per provarlo si potrebbe cercare "il pixel" cioè l'unità-immagine minima. Se esiste, secondo queste persone, si proverebbe che questo universo E' un videogame.

Detto che, a parer mio, anche trovando "il pixel" non si dimostrerebbe niente altro che la sua esistenza e che questo, in senso logico, non dimostra affatto che noi si viva dentro un giochino, altri aspetti di questa cosa mi incuriosiscono.

E poi la domanda vera: come Cartesio prima e Turing poi (e altri dopo) hanno pensato a test che rivelino la possibile intelligenza di una macchina, quale test si potrebbe inventare per stabilire se viviamo o no dentro un videogame?

Il gioco si fa difficilissimo, anche perché noi (e anche l'omino lo sarà) siamo DENTRO il sistema di riferimento.

lunedì 2 maggio 2011

Ricetta per viaggiatori

Certe passioni possono nascere per caso, come per un colpo di fulmine.
Altre invece vanno cercate.
Altre ancora sono frutto della rabbia.

A me capita con la musica.

La musica in generale mi piace da sempre, ma più passa il tempo più passo ad ascoltare nuova musica. Volontariamente.

Mi accade in particolare con i grandi autori, a qualsiasi genere musicale appartengano.

Come dice spesso il mio amico Pali (insigne musicista di cui questo è il nick), citando un famoso autore, "la musica è ciò che uno ascolta pensando che lo sia."
Già questa frase apre panorami vastissimi ed elimina il senso della domanda che ci si pone quando qualcuno ha gusti musicali così diversi dai nostri: "come fa a piacergli quella roba lì? Per me non è neanche musica, quella."
Insomma, la frase di Pali è un'ottimo antidoto alla chiusura della mente.

Partendo da questo presupposto non è comunque detto che i propri gusti cambino o si estendano, ovviamente.

Però...

"Miles Davis", "Beethoven", "Muddy Waters", "Frank Zappa"... sono nomi che tutti abbiamo sentito, che sono arrivati a noi esattamente perché queste persone sono ritenuti dei "grandi" nel loro genere (e anzi "grandi della musica" e basta, andrebbe detto).

Già. Ma io di Frank Zappa non so nulla, proprio mai sentito un singolo brano.

E questo mi fa rabbia. Molta rabbia.

Mi fa rabbia perché so di perdere qualcosa nel non conoscere la sua musica, se a tanta gente trasmette qualcosa.
Mi fa rabbia esattamente come quando non riesco a "visualizzare" una legge della fisica o un processo logico.

E allora non resta che andare in cucina.

Se a qualcuno può servire, ecco la mia personalissima ricetta:

  • scaricare da Internet una tonnellata di musica dell'autore in questione;
  • ascoltarla ripetutamente, ignorando il fatto che tale ascolto inizialmente può non dare la minima soddisfazione;
  • isolare i brani con cui, poco o tanto, si sente di avere maggior feeling;
  • incominciare a leggere (o farsi raccontare, se se ne ha la possibilità) tutto quello che riguarda quel brano, quel disco, quell'opera;
  • a questo punto, comincia l'effetto domino: 
  • leggendo com'è nata l'opera x, sicuramente ci saranno riferimenti all'opera y e z;
  • a questo punto, si è spinti ad ascoltare y e z e si scopre che esse sono interessanti, o almeno meno insignificanti di quanto non lo sembrassero quando le si erano ascoltate in precedenza;
  • ascoltata x, y e z, automaticamente si memorizzano vari "topos" dell'autore in questione (una modalità musicale, una certa maniera di scegliere le parole, alcune modalità ricorrenti nell'usare la voce e questo o quel strumento, ecc. ecc.);
  • a questo punto, si ha la sensazione di cominciare a conoscere quel tal artista e, se piace, il resto viene da sé. Se invece ancora non lo si sente affine alla propria sensibilità, lo si può tranquillamente e coscientemente lasciar perdere. Ma vedrete che non sarà facile... 
La ricetta va usata con grande attenzione: mondi sconosciuti riempiranno presto la vostra testa e vi invoglieranno a fare altri viaggi e più viaggerete, più scoprirete che la meta si allontana, e più vi allontanerete, più aumenterà la vostra velocità nel percepire sempre nuove curiosità.

Un big bang, insomma. E l'Universo che è  nella mente comincerà ad espandersi, magari spingendovi a pensare che quello astronomico è solo una frazione del piacere incommensurabile di capire e di sentire insieme.

martedì 19 aprile 2011

Meglio non dirlo in giro

Il numero di stelle presenti nel nostro Universo è tale che esso sovrasta i granelli di sabbia presenti sulle spiagge del nostro pianeta.

Non so come abbiano fatto il calcolo, ma è interessante che esso possa corrispondere alla realtà.

Detto questo, il fatto che esistano pianeti in numero fantastiliardico ne deriva facilmente. Questo fa aumentare la possibilità che esistano nell'Universo altre forme di vita e, tra queste, qualcuna di intelligente.
Per quanto riguarda la nostra galassia, qualcuno ha anche già provato a fare i conti, ma i valori da attribuire alle variabili in gioco sono ipotetici.

Lasciando perdere il fatto che il rapporto tra distanze siderali e tecnologie umane lascia pensare che, casomai, saranno gli altri a prendere contatto con noi, perlomeno per qualche tempo ancora, si è parlato di come fare per comunicare la nostra esistenza ai possibili "turisti" che avessero voglia di visitare il nostro pianeta azzurro.

E' in questo senso che si sono spediti in cielo alcuni aggeggi che, se compresi dai possibili e sconosciuti destinatari, dovrebbero spiegare loro che sulla Terra c'è vita intelligente.

Detto questo, si ragiona se sia il caso di far sapere ad altri che esistiamo. Se ci basiamo su come funziona il nostro mondo terrestre, pare che segnalare la propria esistenza ad altre sconosciute civiltà sia implicitamente pericoloso.

Mi fermo qui perché, anche questa volta, il discorso mi interessa per altri fattori. Molto umani, direi.

Appena abbiamo potuto averne i mezzi (per quanto probabilisticamente del tutto risibili) abbiamo voluto provare a far conoscere la nostra esistenza, al di là di ogni ragionevole prudenza, si direbbe.

Proprio come un blogger, insomma.

E perché segnaliamo la presenza della nostra specie? Ecco, questa domanda mi attrae più dei marziani.

Forse perché la nostra cultura terrestre (religioni, credo, superstizioni assortite) ha come topos globale l'attesa messianica di un qualcosa/qualcuno che cambi tutto, anche distruggendo casomai?

"Perché ci sentiamo soli" è invece una risposta che non condivido, perché deriva da quanto appena scritto: ci sentiamo soli E QUINDI vorremmo conoscere qualcuno che ci faccia star meglio (e ci accontenteremmo volentieri di un messia verde con il naso a trombetta e le antenne, purché almeno in grado di estinguerci il mutuo).

Quella solitudine dovrebbe darci tristezza. Ma la tristezza, nell'Universo, serve?