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lunedì 8 agosto 2011
Dove si parte da uno, appare uno spettro e poi Al & Al lasciano una briciola...
E' oggettivo che chi esegue una musica che ha composto, e più ancora se questa è accompagnata da un testo, mostra capacità che un semplice interprete non ha.
Forse per questo siamo spinti a pensare ad un valore diverso e maggiore di chi compone rispetto a chi esegue.
Credo di aver creduto questo davvero fino a pochissimo tempo fa. E quando mi capitava di sentire una versione nuova di una canzone già nota, anche se migliore di quella dell'esecuzione data dall'autore stesso, comunque mi pareva più facile "interpretare" che "comporre".
Poi ho cominciato ad ascoltare Johnny Cash e ho cambiato idea. Adesso so che un grande interprete può farti capire un brano meglio, e forse oltre, l'intenzione dell'autore.
Così, presa coscienza di questa cosa, mi sono reso conto della enorme grandezza che c'è in chi riesce a spiegare un significato recondito con la semplice "lettura" di suoni e parole già scritte e vincolanti.
Siccome non ho questa capacità, vediamo se riesco a spiegarmi usando altre parole ed il tempo di chi mi legge.
L'autore scrive un brano (musica e testo) ben sapendo cosa intende dire, cosa vuole trasmettere. Nel farlo, può usare tutte le conoscenze che ha sia di composizione musicale sia di tecnica letteraria.
Ha davanti il rigo musicale ed un foglio bianco ed inizialmente nulla gli è precluso.
Prende il suo "messaggio" e gli dà la forma che crede più opportuna, scegliendo "a piacere" quanto vuole che il messaggio sia chiaro e comprensibile.
Soprattutto se la sua poetica è già nota al pubblico, chi ascolta interpreterà il messaggio con tanta maggiore precisione quanto più conosce (e magari ammira) l'autore.
Il "codice interpretativo" tra ascoltatore ed autore è noto ad entrambi, e tanto più se l'autore è anche interprete del brano.
Ecco un esempio, con una canzone fatta bene e conosciuta: "One" degli U2
Quando invece il brano è interpretato da altri, tutta la libertà di cui l'autore ha goduto si traduce in vincoli per l'esecutore: quelle sono le parole, quella la musica.
Ovviamente gli resta qualche spazio di manovra: la tonalità, il tempo ecc. ecc.
Se è bravo, riuscirà a comunicare quanto e forse meglio dell'interprete originale, cioè l'autore.
E questo possono farlo in molti.
Ma alcuni riescono a fare di più: riescono a comunicare un "messaggio" diverso da quello originale.
Continuiamo nell'esempio: questa è la stessa "One" interpretata da Johnny Cash
Un altro buon esempio chiarificatore si può avere prendendo un caso del tutto opposto, in cui l'interprete banalizza e riduce il senso del brano rispetto alla versione dell'autore: capita, ad esempio, con Celentano e Paolo Conte...
Questa è "Azzurro", interpretata a mo' di filastrocca da Celentano, dove c'è un omino che attende il ritorno della moglie dalle vacanze e tutto finisce lì;
questa invece è la versione di Conte dove prende forma il dramma di quest'uomo, spezzato tra nostalgia, presente e futuro, tra solitudine, attesa e desiderio di un'altra vita ("... ma il treno dei desideri nei miei pensieri all'incontrario va..")
Dato per scontato che abbiate percepito la differenza sostanziale tra le due versioni di "One" e di "Azzurro" (ma se non vi è capitato, va bene lo stesso), il fenomeno si presta a osservazioni che reputo interessanti.
La prima osservazione è che il "nuovo messaggio" è stato trasmesso con un diverso "codice interpretativo", dato dalla diversa tecnica, ad esempio, di Cash rispetto a quella degli U2... e fino a qua ci siamo.
Adesso vi invito a spiegare con parole vostre i diversi significati delle due versioni che avete ascoltato (di una o dell'altra canzone). Vi ci vorranno frasi e frasi.
Cash (così come la Piaf, Caetano Veloso, Maria Callas e altri grandissimi) ci riesce invece senza aggiungere una sola parola al testo originale. Si potrebbe dire che può farlo attraverso il cambiamento di alcuni parametri musicali, ma non è così, poichè allora basterebbe applicare una tecnica e chiunque riuscirebbe a farlo.
Ma il fantasma che vi si presenta dinnanzi quando la Lucia di Lammermoor della Callas entra nel delirio è altro dalle parole di Cammarano, dalla musica di Donizetti e da abili giochi vocali...
Dunque cos'è che riesce a far passare un nuovo messaggio attraverso parole che abbiamo sentito mille volte?
Sapete che in questo blog ci sono più domande che risposte...
Per intanto, io ritengo che abbia a che fare con quella cosa che chiamiamo "intelligenza" e due signori ci hanno lasciato una traccia per capirne di più.
Forse, sempre forse.
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giovedì 2 giugno 2011
Sole e polvere
Appaiono talvolta all'orizzonte persone che riescono a sintetizzare nelle loro opere intere cosmogonie, a descrivere magistralmente lo spirito dei loro tempi, arrivando talora a disegnare con assoluta precisione caratteristiche universali.
Lorenzo Da Ponte penso possa ben figurare tra loro.
Senza che dobbiate cliccare sul link, ricordo semplicemente qui che egli fu un grande letterato che visse tra Settecento ed Ottocento e che fu reso celebre in particolare dai testi (quello che nel mondo operistico si chiama "libretto") della trilogia italiana di Mozart (Le nozze di Figaro, Don Giovanni, Così fan tutte).
Come il raggio solare che, filtrando dal vetro della finestra in una radiosa giornata d'inverno, sottolinea senza riguardo la polvere ancora presente sul pavimento appena pulito, così in queste tre opere la reale natura umana viene così bene illuminata da non concedere che alcuna convenzione sociale sia sufficiente nascondiglio ai suoi limiti.
Sebbene la diretta conoscenza dei testi renderebbe molto più apprezzabile il significato delle singole espressioni, la battuta del Conte ne "Le nozze di Figaro", quando dice "l'onore... dove diamin l'ha posto umano errore!" rende bene da sola l'intransigenza verso tutti quegli "infausti apparati" che la cultura ha costruito intorno alla natura umana.
A volte penso che, a riuscir a mandare a mente l'intera trilogia e ad usarne le battute in maniera debita, essa basterebbe per sostenere qualsiasi conversazione nella vita, tanto è estesa la visione che lì viene data della vita umana, dei suoi fasti, della sua miseria, dei suoi limiti e della sua grandezza.
Ci sarebbe davvero da scriverne moltissimo, e così è accaduto, in effetti.
Sono certo che mi ricapiterà di farlo anche qui.
Diversamente da coloro che hanno lavorato nei secoli per ridurre a pochi assiomi le fondamenta della scienza, Da Ponte svela i più reconditi pensieri umani sempre mostrandone i perché, aggiungendo domanda a domanda e risposta a risposta, a prova e controprova.
Tanto che il "Così fan tutte" giunge ad essere il racconto di una scommessa tra un vecchio dai "crini già grigi", Don Alfonso (dove "Don" è un titolo onorifico e non curiale) e due baldi giovani (Ferrando e Guglielmo), i quali, forti appunto della loro inesperienza, son pronti a giurare sull'assoluta fedeltà delle loro amate (Dorabella e Fiordiligi), così da giungere a giocarsi cento zecchini contro il loro amico, che invece, con l'aiuto di una serva giovanissima ed astuta (Despina) dimostrerà loro in poche ore quanto presto possa cangiar l'animo umano.
Ed in tutta la commedia non c'è un solo accenno di giudizio morale, tutta l'azione è vista come in un microscopio, dove parole, corpi e spiriti si muovono tra le mani dell'architetto del tranello disvelatore (Don Alfonso), ma in realtà solamente assecondando le più forti energie intime dell'animo.
In questo, Da Ponte non parteggia mai per gli uomini o per le donne, creando continui contrappesi reciproci tra i quattro personaggi "amorosi" e lasciando che gli altri due descrivano man mano con assoluto disincanto sia la più profonda natura umana sia gli orpelli dietro cui si riparano i quattro amanti per sfuggire a quella.
Alla fine si sposeranno, i quattro, perché è appunto parte della ragione umana l'accettazione di quella stessa natura, così malamente ostacolata dalla "nobile educazion".
E se, alla fine di questo mio post, ci avete capito poco o nulla... beh... allora fate quello per cui l'ho scritto: ascoltate anche solo l'inizio del "Così fan tutte".
Lorenzo Da Ponte penso possa ben figurare tra loro.
Senza che dobbiate cliccare sul link, ricordo semplicemente qui che egli fu un grande letterato che visse tra Settecento ed Ottocento e che fu reso celebre in particolare dai testi (quello che nel mondo operistico si chiama "libretto") della trilogia italiana di Mozart (Le nozze di Figaro, Don Giovanni, Così fan tutte).
Come il raggio solare che, filtrando dal vetro della finestra in una radiosa giornata d'inverno, sottolinea senza riguardo la polvere ancora presente sul pavimento appena pulito, così in queste tre opere la reale natura umana viene così bene illuminata da non concedere che alcuna convenzione sociale sia sufficiente nascondiglio ai suoi limiti.
Sebbene la diretta conoscenza dei testi renderebbe molto più apprezzabile il significato delle singole espressioni, la battuta del Conte ne "Le nozze di Figaro", quando dice "l'onore... dove diamin l'ha posto umano errore!" rende bene da sola l'intransigenza verso tutti quegli "infausti apparati" che la cultura ha costruito intorno alla natura umana.
A volte penso che, a riuscir a mandare a mente l'intera trilogia e ad usarne le battute in maniera debita, essa basterebbe per sostenere qualsiasi conversazione nella vita, tanto è estesa la visione che lì viene data della vita umana, dei suoi fasti, della sua miseria, dei suoi limiti e della sua grandezza.
Ci sarebbe davvero da scriverne moltissimo, e così è accaduto, in effetti.
Sono certo che mi ricapiterà di farlo anche qui.
Diversamente da coloro che hanno lavorato nei secoli per ridurre a pochi assiomi le fondamenta della scienza, Da Ponte svela i più reconditi pensieri umani sempre mostrandone i perché, aggiungendo domanda a domanda e risposta a risposta, a prova e controprova.
Tanto che il "Così fan tutte" giunge ad essere il racconto di una scommessa tra un vecchio dai "crini già grigi", Don Alfonso (dove "Don" è un titolo onorifico e non curiale) e due baldi giovani (Ferrando e Guglielmo), i quali, forti appunto della loro inesperienza, son pronti a giurare sull'assoluta fedeltà delle loro amate (Dorabella e Fiordiligi), così da giungere a giocarsi cento zecchini contro il loro amico, che invece, con l'aiuto di una serva giovanissima ed astuta (Despina) dimostrerà loro in poche ore quanto presto possa cangiar l'animo umano.
Ed in tutta la commedia non c'è un solo accenno di giudizio morale, tutta l'azione è vista come in un microscopio, dove parole, corpi e spiriti si muovono tra le mani dell'architetto del tranello disvelatore (Don Alfonso), ma in realtà solamente assecondando le più forti energie intime dell'animo.
In questo, Da Ponte non parteggia mai per gli uomini o per le donne, creando continui contrappesi reciproci tra i quattro personaggi "amorosi" e lasciando che gli altri due descrivano man mano con assoluto disincanto sia la più profonda natura umana sia gli orpelli dietro cui si riparano i quattro amanti per sfuggire a quella.
Alla fine si sposeranno, i quattro, perché è appunto parte della ragione umana l'accettazione di quella stessa natura, così malamente ostacolata dalla "nobile educazion".
E se, alla fine di questo mio post, ci avete capito poco o nulla... beh... allora fate quello per cui l'ho scritto: ascoltate anche solo l'inizio del "Così fan tutte".
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giovedì 5 maggio 2011
T(o)uring Can Make You Crazy
Se si può usare l'aggettivo "originale" vicino al sostantivo "pensiero" ed intendendo tale espressione come "fuori dall'ordinario" più che come "nuovo", allora mi sembra che molti "pensatori originali", sia del passato che del presente, condividano alcuni interessi, idee, punti di contatto.
Oppure sta in chi li ascolta e legge inventarseli.
Alan Turing era un genio che, al di là di una certa popolarità tra gli specialisti, non ha avuto il riconoscimento che meritava. Come logico, per quello che ha pensato ed inventato, e come persona, per la sorte che ha subito a causa della sua omosessualità.
Frank Zappa è un nome sicuramente più conosciuto. Persona di enorme talento musicale, tendenzialmente monomaniaca, ogni tanto esprime nella sua musica anche interessi inattesi. Il titolo di un suo brano, ad esempio, è "Finding Higgs Boson".
Curiosamente, quel brano è stato pubblicato in un album postumo (di Zappa sono decine...) in cui appare anche "Touring Can Make You Crazy", che proviene da un suo disco di alcuni decenni prima, "200 Motels", pubblicato nel 1971.
L'album "200 Motels" è a sua volta una costruzione molto originale, per l'epoca. Composta da 34 o 39 brani (dipende dall'edizione e vi ricordo che al tempo i dischi erano in vinile, con le conseguenti costrizioni fisiche di registrazione), è la colonna sonora di un film interpretato da Zappa e dal suo gruppo (i "Mothers Of Invention"), ed include brani suonati insieme alla Royal Philarmonic Orchestra, il che consente di percepire tutta l'influenza su Zappa di alcuni grandi compositori come Igor Stravinsky, Edgard Varèse e Anton Webern.
Non c'è nulla che faccia immaginare che Zappa abbia mai pensato "TURING Can Make You Crazy".
Ma sapere e capire cos'è il bosone di Higgs, suggerisce che Zappa, come Turing, fosse assai interessato a certi processi logici ed alle capacità di astrazione della mente (ché Varèse, senza quella, è inascoltabile).
Addiritura, come Turing aveva inventato un test per stabilire l'intelligenza di una macchina, così Zappa racconta come usasse "Ionization" (o, più correttamente, ""The Complete Works of Edgard Varese, Volume One"") come test del suo interlocutore: se l'ascoltatore apprezzava, Zappa poteva considerarlo sufficientemente intelligente da poter diventare suo amico.
Dunque il gioco di parole che costituisce il titolo di questo post altro non è che un gioco di parole.
Un gioco di parole a cui credo, così come Zappa pensava che "I still think Deserts is about Lancaster, even if the liner notes on the Columbia LP say it's something more philosophical.".
lunedì 2 maggio 2011
Ricetta per viaggiatori
Certe passioni possono nascere per caso, come per un colpo di fulmine.
Altre invece vanno cercate.
Altre ancora sono frutto della rabbia.
A me capita con la musica.
La musica in generale mi piace da sempre, ma più passa il tempo più passo ad ascoltare nuova musica. Volontariamente.
Mi accade in particolare con i grandi autori, a qualsiasi genere musicale appartengano.
Come dice spesso il mio amico Pali (insigne musicista di cui questo è il nick), citando un famoso autore, "la musica è ciò che uno ascolta pensando che lo sia."
Già questa frase apre panorami vastissimi ed elimina il senso della domanda che ci si pone quando qualcuno ha gusti musicali così diversi dai nostri: "come fa a piacergli quella roba lì? Per me non è neanche musica, quella."
Insomma, la frase di Pali è un'ottimo antidoto alla chiusura della mente.
Partendo da questo presupposto non è comunque detto che i propri gusti cambino o si estendano, ovviamente.
Però...
"Miles Davis", "Beethoven", "Muddy Waters", "Frank Zappa"... sono nomi che tutti abbiamo sentito, che sono arrivati a noi esattamente perché queste persone sono ritenuti dei "grandi" nel loro genere (e anzi "grandi della musica" e basta, andrebbe detto).
Già. Ma io di Frank Zappa non so nulla, proprio mai sentito un singolo brano.
E questo mi fa rabbia. Molta rabbia.
Mi fa rabbia perché so di perdere qualcosa nel non conoscere la sua musica, se a tanta gente trasmette qualcosa.
Mi fa rabbia esattamente come quando non riesco a "visualizzare" una legge della fisica o un processo logico.
E allora non resta che andare in cucina.
Se a qualcuno può servire, ecco la mia personalissima ricetta:
Altre invece vanno cercate.
Altre ancora sono frutto della rabbia.
A me capita con la musica.
La musica in generale mi piace da sempre, ma più passa il tempo più passo ad ascoltare nuova musica. Volontariamente.
Mi accade in particolare con i grandi autori, a qualsiasi genere musicale appartengano.
Come dice spesso il mio amico Pali (insigne musicista di cui questo è il nick), citando un famoso autore, "la musica è ciò che uno ascolta pensando che lo sia."
Già questa frase apre panorami vastissimi ed elimina il senso della domanda che ci si pone quando qualcuno ha gusti musicali così diversi dai nostri: "come fa a piacergli quella roba lì? Per me non è neanche musica, quella."
Insomma, la frase di Pali è un'ottimo antidoto alla chiusura della mente.
Partendo da questo presupposto non è comunque detto che i propri gusti cambino o si estendano, ovviamente.
Però...
"Miles Davis", "Beethoven", "Muddy Waters", "Frank Zappa"... sono nomi che tutti abbiamo sentito, che sono arrivati a noi esattamente perché queste persone sono ritenuti dei "grandi" nel loro genere (e anzi "grandi della musica" e basta, andrebbe detto).
Già. Ma io di Frank Zappa non so nulla, proprio mai sentito un singolo brano.
E questo mi fa rabbia. Molta rabbia.
Mi fa rabbia perché so di perdere qualcosa nel non conoscere la sua musica, se a tanta gente trasmette qualcosa.
Mi fa rabbia esattamente come quando non riesco a "visualizzare" una legge della fisica o un processo logico.
E allora non resta che andare in cucina.
Se a qualcuno può servire, ecco la mia personalissima ricetta:
- scaricare da Internet una tonnellata di musica dell'autore in questione;
- ascoltarla ripetutamente, ignorando il fatto che tale ascolto inizialmente può non dare la minima soddisfazione;
- isolare i brani con cui, poco o tanto, si sente di avere maggior feeling;
- incominciare a leggere (o farsi raccontare, se se ne ha la possibilità) tutto quello che riguarda quel brano, quel disco, quell'opera;
- a questo punto, comincia l'effetto domino:
- leggendo com'è nata l'opera x, sicuramente ci saranno riferimenti all'opera y e z;
- a questo punto, si è spinti ad ascoltare y e z e si scopre che esse sono interessanti, o almeno meno insignificanti di quanto non lo sembrassero quando le si erano ascoltate in precedenza;
- ascoltata x, y e z, automaticamente si memorizzano vari "topos" dell'autore in questione (una modalità musicale, una certa maniera di scegliere le parole, alcune modalità ricorrenti nell'usare la voce e questo o quel strumento, ecc. ecc.);
- a questo punto, si ha la sensazione di cominciare a conoscere quel tal artista e, se piace, il resto viene da sé. Se invece ancora non lo si sente affine alla propria sensibilità, lo si può tranquillamente e coscientemente lasciar perdere. Ma vedrete che non sarà facile...
La ricetta va usata con grande attenzione: mondi sconosciuti riempiranno presto la vostra testa e vi invoglieranno a fare altri viaggi e più viaggerete, più scoprirete che la meta si allontana, e più vi allontanerete, più aumenterà la vostra velocità nel percepire sempre nuove curiosità.
Un big bang, insomma. E l'Universo che è nella mente comincerà ad espandersi, magari spingendovi a pensare che quello astronomico è solo una frazione del piacere incommensurabile di capire e di sentire insieme.
mercoledì 27 aprile 2011
Il numero giusto è 4
Per quanto si possa invecchiare, c'è sempre l'occasione per cambiare idea o almeno per rivedere certe opinioni consolidate.
Ieri sera, grazie a Mario Brunello ed alla sua "Antiruggine", ho potuto assistere dapprima ad una sua conversazione con Giovanna Zucconi e poi allo spettacolo "Garibaldi 32", condotto da Laura Pazzaglia e dal Quartetto di Cremona.
Il dialogo iniziale si basava sulla rassomiglianza tra il quartetto d'archi e la "democrazia perfetta". Tralascio le spiegazioni date, ma quel che ho capito ieri è che la democrazia non si fa in tre, così da poter prendere le decisioni in 2 contro 1, così come avevo sempre immaginato.
La democrazia si fa in 4, proprio perché in quel modo si è forzatamente portati a due comportamenti di grande e positiva influenza.
Per prima cosa, essere in 4 porta a trovare comunque una soluzione che si basi sull'ascolto di tutti ed integri le necessità di tutti, non potendo facilmente passare ad una decisione a maggioranza assoluta.
Secondariamente, in 4 è assai più facile che, limate le più aspre differenze, tutti tendano ad un risultato condiviso.
L'essere "dispari" è senza dubbio un metodo molto più veloce per decidere, ma resta la naturale tendenza degli esclusi (la minoranza) a non condividere la strada intrapresa, con ovvia maggiore difficoltà nell'andare avanti e nel raggiungere risultati significativi. E' quindi anche una strada che, alla fine, porta probabilmente anche ad allungare il tempo intercorrente tra l'assunzione della decisione e la sua realizzazione.
A questa prima parte della serata, si legava perfettamente lo spettacolo seguente, "Garibaldi 32", basato sulla storia del "Quartetto Italiano", forse il più grande quartetto d'archi del '900.
Se vi capita l'occasione, non perdetelo.
Ieri sera, grazie a Mario Brunello ed alla sua "Antiruggine", ho potuto assistere dapprima ad una sua conversazione con Giovanna Zucconi e poi allo spettacolo "Garibaldi 32", condotto da Laura Pazzaglia e dal Quartetto di Cremona.
Il dialogo iniziale si basava sulla rassomiglianza tra il quartetto d'archi e la "democrazia perfetta". Tralascio le spiegazioni date, ma quel che ho capito ieri è che la democrazia non si fa in tre, così da poter prendere le decisioni in 2 contro 1, così come avevo sempre immaginato.
La democrazia si fa in 4, proprio perché in quel modo si è forzatamente portati a due comportamenti di grande e positiva influenza.
Per prima cosa, essere in 4 porta a trovare comunque una soluzione che si basi sull'ascolto di tutti ed integri le necessità di tutti, non potendo facilmente passare ad una decisione a maggioranza assoluta.
Secondariamente, in 4 è assai più facile che, limate le più aspre differenze, tutti tendano ad un risultato condiviso.
L'essere "dispari" è senza dubbio un metodo molto più veloce per decidere, ma resta la naturale tendenza degli esclusi (la minoranza) a non condividere la strada intrapresa, con ovvia maggiore difficoltà nell'andare avanti e nel raggiungere risultati significativi. E' quindi anche una strada che, alla fine, porta probabilmente anche ad allungare il tempo intercorrente tra l'assunzione della decisione e la sua realizzazione.
A questa prima parte della serata, si legava perfettamente lo spettacolo seguente, "Garibaldi 32", basato sulla storia del "Quartetto Italiano", forse il più grande quartetto d'archi del '900.
Se vi capita l'occasione, non perdetelo.
giovedì 21 aprile 2011
Intervista
Rolling Stones (RS.)* “Ti aspettavi che “Pogrom” avesse un successo così?”
J. “No. Le altre mie opere non avevamo mai avuto un vero "successo". Le ascoltavano un po' di persone. E mi sa che le conoscevo tutte! - ride -.”
RS. “C’è stato un momento, un fatto… qualcosa che ti ha fatto capire che ce l’avevi fatta?”
J. “Non ho scritto quella musica per diventare famoso… per “farcela” – sorride – Io scrivo musica da quasi quaranta anni e vivo di quello: questo mi basta. Comunque un fatto c’è stato: ero a Monaco, fermo ad un passaggio pedonale, una macchina si è fermata al semaforo e ho sentito “Pogrom”… il terzo movimento… Non avrei mai pensato di sentire la mia musica per strada.”
RS. “Cosa ti è venuto in mente?”
J. “Mi faceva piacere, ovviamente. Poi mi ha stupito anche che qualcuno ascoltasse un concerto di quel tipo mentre guidava. “Pogrom” non è musica facile, la musica “eurocolta contemporanea”, come la chiamano i critici, non l’ascoltano in molti.”
RS. “Come la definiresti, tu, la tua musica?”
Si alza dalla sedia, si guarda intorno, siamo in una stanza piena di libri e niente altro, pensa un attimo
J. “Musica. Musica e basta. Buona musica, spero. E mi fa piacere non aver mai scritto niente che cercasse di portare chi ascolta verso la tristezza o la nostalgia.” Ride.
RS. “E’ vero.” – il suo viso si fa più dolce, come prestasse più attenzione alle mie parole, ora - Il tuo successo è partito da qui, ma in poche settimane ne sono state vendute milioni di copie.. Inghilterra, Germania, Francia, poi da noi, negli Stati Uniti. Ti sei spiegato come mai sia piaciuta tanto, visto che, come dici tu “non è musica facile”?”
J. “Quando ho scritto “Pogrom” non ero io. Qualche idea, qualche frammento lo avevo in testa da anni. Per metterli insieme, per costruire l’ordito e la trama di un concerto così non basta quello che sei, non basta la tua individualità, la tua esperienza, la tua vita…” – sospende le parole, le cerca, c’è qualche secondo di vuoto – “Ad un certo punto ho smesso di essere me stesso, ho lasciato che quei frammenti prendessero il sopravvento nella mia testa.. “
RS. “E dunque?”
J. “Vorrei spiegarmi meglio… il mio inglese non è così buono, mi dispiace …Non c’è stato un attimo, un qualcosa che ha cambiato le cose improvvisamente. Solo che, lasciando scorrere quei piccoli brani, a volte davvero di pochissime note, ho cominciato a pensare diversamente, ad “usare” esperienze che non erano mie, come se stessi incarnando altro e altri.. “Pogrom” non è autobiografica, intendo. E’ la biografia di qualcun altro, di altri, anzi. Di tutti quelli che non dettano le regole del mondo, ma che vivono al margine e che vengono inghiottiti dalla Storia.”
RS. “Pensi piaccia per questo?”
J. “Sono un musicista e conosco i trucchi del mestiere: se voglio posso benissimo scrivere qualcosa “che piace” a chi ascolta. Più o meno così nasce la musica che ha successo, che nasce per avere successo. Mentre scrivevo “Pogrom” non ero un musicista: ero uno dei tanti, di quelli picchiati per strada, di quelli che per strada picchiano, di quelli che sono passati per il camino e anche l’uomo che ha aperto le docce del gas poco prima. Sentivo il rumore delle bombe che cadevano su Dubrovnik: lo sentivo dal basso delle case e dallo schianto secco che fa il proiettile quando esce dall’obice, mentre sei lì che spari.. E’ possibile che chi ascolta, abbia apprezzato il fatto che ho cercato di non mentire e non giudicare, mentre scrivevo.”
RS. “Sei pessimista?”
J. “La prossima domanda, per favore.”
RS. “I primi tre movimenti di “Pogrom” non hanno un titolo. L’ultimo invece si chiama “11 Settembre”: perchè?”
J. “Sembra che lo stato naturale del mondo sia la guerra.”
RS. “Vuoi spiegarti meglio, per i nostri lettori?”
J. “Non mi piace il termine “guerra”: è limitativo e ricorda automaticamente il sangue e le armi. Preferisco la parola “harb”, in arabo: vuol dire “conflitto”… questa parola ha un’accezione che mi sembra più indicata per descrivere il mondo… c’è dentro il senso di contrasto, di fatica, di obiettivo difficile da raggiungere e forse anche irraggiungibile…” – si interrompe, va verso un piccolo fornello dove non c’è altro che una teiera e due tazze, mette l’acqua sul fuoco – “Ogni giorno, pare che ognuno su questo pianeta debba raggiungere un obiettivo: per molti, per la maggioranza credo, singolarmente quello specifico obiettivo è buono… ma quando questi singoli sono insieme, sembra che l’insieme dei loro obiettivi buoni non sia in grado di generare altro che un unico obiettivo negativo che coincide nel sopraffare qualche altro insieme umano … per il petrolio, per l’acqua, per il potere, per la ricchezza..”
RS. “”1989” è il titolo di una tua opera, l’ultima prima di “Pogrom”. Di cosa parla?”
J. “ Quando è caduto il muro di Berlino, nessuno di noi ci credeva. Sembrava impossibile. Andavamo per strada a bere… abbiamo bevuto birra, slivovitz, vodka …. qualsiasi liquore capitasse a tiro… Quella volta abbiamo bevuto tutto, proprio tutto: anche le fandonie che ci raccontavano. Che il mondo sarebbe stato migliore, che era “scoppiata la pace”, che c’era la fine delle ideologie “che avevano riempito di guerre il ‘900”… Eravamo tanto giovani. E persino più stupidi di quanto fossimo giovani, in proporzione.” – si avvicina a me e mi guarda… ha gli occhi lucidi, direi più di rabbia che di commozione – “Tu l’hai ascoltata “1989”?.
RS. “Sì, certo. E mi è piaciuta molto”
J. “”1989” è una composizione molto semplice, musicalmente. Non c’è niente di complesso, né nella partitura né nelle indicazioni per l’orchestra. Ho voluto lasciare che l’orchestra potesse essere libera al massimo nell’interpretazione: in quei giorni noi ci sentivamo liberi così, di capire quel che volevamo capire, di far coincidere le speranze con i nostri sogni. Che suonino le mie note come fossero loro, dunque.”
Si alza di nuovo. L’acqua sta per bollire, chiude il fuoco, versa le foglie di tè e torna a sedersi.
RS. “Ti capita di pensare che “passerai di moda”?”
Ride. Gli occhi e tutto il viso hanno un’espressione che fin qui non avevo mai visto, né oggi né quando ci conoscemmo dietro il palco del Concerto del Nuovo Anno, a Vienna due anni fa.
J. “Quanti anni hai? Posso chiedertelo?”
RS. “32.”
J. “Quando sono nato, nel 1965, ero jugoslavo, comunista e musulmano. Da ragazzo parlavo bosniaco, adesso quasi solo arabo. La Jugoslavia non esiste più da tanto tempo, dicono sia finito il comunismo, e la fede riguarda solo me, in fin dei conti: può essere che la mia musica piaccia, che si venda, che la gente l’ascolti, ma io non sono di moda, ti pare?”
Si alza. Versa il tè, con molta cura. Si avvicina e mi porge una delle due tazze, con un sorriso leggero, la prendo, lui ritrae la mano e la porta, come l’altra, attorno alla tazza, che ora stringe con tutte e due le mani, forte come se le volesse scaldare, mentre guarda fuori la neve sui tetti della Grande Moschea di Varsavia.
*Carol De Beers per Rolling Stones – Gennaio 2025
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