domenica 24 luglio 2011

Zombie

Questo blog ha delle regole, ma siccome le ho fatte io e servono soprattutto a non dare un senso all'ordine di pubblicazione dei post, questa volta ne faccio a meno.

Ieri è morta Amy Winehouse, cantante inglese oggettivamente dotata di enorme talento, piena di successo e ricchezza. Con ogni probabilità è morta per l'uso costante di droga, così come era prevedibile, vista la sua storia personale.

Questa morte ha fatto scaturire su Internet una marea di commenti e molti tra essi ben segnalano certi atteggiamenti del tutto illogici che sono però largamente diffusi e così dati per sensati.

Ecco un classico: "Era giovane, piena di talento e successo, quindi anche ricca. Se è morta, se lo è meritata, avendo buttato via tutto questo. Se si drogava perchè era infelice è perché non si è resa conto di quanto fosse fortunata e privilegiata."

Appare logico affermare che il mix gioventù/talento/successo/denaro è, per chi scrive cose del genere, la ricetta base della felicità. Con quei quattro componenti la felicità è assicurata e se chi li possiede non se ne rende conto merita di morire. Punto.

Fosse vero, allora la felicità sarebbe preclusa a chi non disponesse degli ingredienti citati: se hai 70 anni, non hai un talento ragguardevole, non sei in televisione e non hai qualche milione di euro la felicità scordatela, affermano con assoluta ed implicita fermezza.

Dunque se sei un nonno, con alle spalle una storia di normale lavoro, vivi della tua pensione e pensi di essere felice mentre, ad esempio, ti coccoli il tuo nipotino sulle ginocchia, non hai capito nulla della vita.

Già questo dice quanto i valori di riferimento di tante persone siano del tutto illogici (lasciando perdere i concetti di "giusto" e "sbagliato").

Ma c'è di più.

Questi censori, questi detentori della assoluta certezza su chi meriti di morire e chi di sopravvivere, spesso pieni di umana compassione per i bimbi africani (sempre che se ne stiano dal lato giusto del Mediterraneo, ben si intende), non perdonano assolutamente chi non riesce a trovare la felicità disponendo di consistenti mezzi e accluse proprietà.

Chiedono la morte, o nel miglior caso non ne provano pietà, per tutti coloro che non riescono a dirsi felici pur essendo ricolmi di quelli che sono i loro (dei censori) reali valori.

Si può ragionevolmente dubitare che auspicherebbero la fine anche di chi, cucinata la ricetta già descritta e ottenuta la felicità, se ne facesse spavaldo: in quel caso, la morte sarebbe a parer loro meritata per mancanza di umiltà del felice.
Per sopravvivere, quella persona dovrebbe dunque essere felice ma non dirlo a nessuno, badando al contempo a non apparire infelice, sia ben chiaro.

La lista dei condannati a morte si allunga: a chi ha i mezzi, ma non la felicità, va aggiunto chi ha i mezzi, la felicità e non l'umiltà di dissimularla.

Quand'anche esistesse una persona felice ed attentamente proba, ancora non basterebbe.
I solerti giudici di vite altrui tirerebbero allora fuori l'asso dalla manica: la fortuna.

Già, perchè avendo gioventù/talento/successo/denaro appare chiaro che si è stati fortunati. E la fortuna quella no, quella non si può perdonare proprio. Chi è portatore di tutto questo fardello (gioventù/talento/successo/denaro ed implicita fortuna) merita la morte immediata, lunga e dolorosa.

E' infatti chiaro, nelle loro menti, che la fortuna è una sostanza impalpabile, non misurabile ma certamente disponibile in quantità finita e chi ne ha di più l'ha quindi sottratta ad altri. Intanto ai bimbi africani e, in subordine ma non tanto, sicuramente ai nostri implacabili saggi.

Sì, perchè a sentirli sono loro, i carnefici, le vere vittime: appena bevono un bicchiere di vino sono pronti a raccontarti di quella volta che, se fosse andata diversamente, avrebbero finalmente potuto far felicità del loro innato talento, divenendo così famosi, quindi ricchi e infine persino giovani.

Ma la morte viene per tutti e non fa la morale a nessuno. Non ha niente a che vedere con il merito.
Invece la condanna a morte (anticipata o postuma, come nel caso di specie) quella sì ha a che fare con i nostri giudizi e davvero sarebbe meglio eliminarla dalle umane convinzioni e convenzioni. Una volta per tutte.

Credo che l'ostinazione di certe persone nel reclamare al fato (o a Dio, ché spesso si tratta di fervidi credenti) la morte altrui sia solo lo specchio della morte loro, che li divora da vivi con non minore ferocia.

Condanna che non si meritano, nemmeno loro, umani tra gli umani, deboli tra i deboli e di tale debolezza così tremanti da farsi forti con chi è più debole di loro, sia famosa e deceduta stella della musica sia incauto bimbo affamato sceso dal barcone libico.

lunedì 18 luglio 2011

Diavolo d'un traduttore!!!

Ho sempre pensato che la traduzione linguistica sia uno delle aree in cui l'uso dell'intelligenza umana può davvero spingersi molto avanti.

Come chiunque si sia divertito a provarci ben sa, tradurre sta al dizionario come ricercare sta alla matematica.

Trovare il corrispettivo in un'altra lingua di una certa parola è infatti il primo passaggio di un'operazione ben più lunga e affascinante, quella di trasmettere un significato attraverso codici diversi.

Tradurre è quindi interpretare. L'interpretazione richiede un attore, ed a quell'attore si richiede non solo di conoscere le due lingue in questione, ma di "essere" (o meglio di "diventare") l'originale estensore di quel testo. Capire "ciò che l'autore intendeva dire", con tutti i colori ed i sapori che egli aveva saputo e voluto mettere nella sua frase scritta.

Esistono traduttori così bravi che riescono talvolta a migliorare la comprensibilità di un testo, nel senso di renderlo talmente affine alla sensibilità del lettore da trasferire ad esso "ciò che l'autore intendeva dire" in maniera ancora migliore di quanto l'autore stesso non fosse stato capace.

Le cose si complicano, diventando ancora più intellettualmente divertenti, quando si mette di mezzo un personaggio. Quando cioè l'opinione dell'autore arriva già mediata da un'altra figura.
A questo punto è infatti necessario che l'interprete aggiunga, diciam così, un ulteriore "filtro" la cui limpidezza è pari alla capacità del traduttore di immedesimarsi nel personaggio, cioè di intenderne il pensiero, la volontà e l'agire.

Date queste basi, esistono testi virtualmente intraducibili.

Ad esempio, quando il personaggio letterario non è umano. Interpretare il pensiero marziano è oggettivamente impossibile per la mancanza di termini di paragone (non abbiamo sufficiente frequentazione con gli abitanti di quel pianeta).

In altri casi, il personaggio non umano è derivante da matrici culturali ben note al traduttore. Ad esempio, il diavolo.
Se il testo che si vuol tradurre si colloca nell'ambito della cultura "popolare" occidentale, influenzata dal cristianesimo, il traduttore ha ben presente quale possa essere, in senso lato, l'insieme di caratteristiche che autore e lettore condividono rispetto al soggetto "diavolo".

Tutto salta quando queste "caratteristiche culturalmente condivise" non vengono rispettate dall'autore.
E' traducibile un testo in cui il diavolo parli in prima persona e riveli aspetti suoi propri difformi dal comune sentire (ovvero contrarie ai preconcetti che si hanno sul personaggio "diavolo")?

Se non vi siete annoiati fino a qui, vi meritate una pausa musicale:

clicca qui

e qualcosa da tradurre

divertiti!

e infine un consiglio: quella di "Il Maestro e Margherita" è una falsa pista...

Non fidatevi del diavolo ed abbiatene pietà: è solo un traduttore.

giovedì 30 giugno 2011

"Di" rovescio.

Nella speranza che si possa vivere un po' meglio in questa vita e su questo pianeta, credo sarebbe opportuno mettersi d'accordo su poche cose basilari.
Ed evitare errori di fondo che, per quanto condivisi e nati da semplici questioni di comunicazione, restano tali e portano danni incommensurabili.

Ad esempio la parola "diritti" non dovrebbe mai essere seguita da preposizioni come "di", "dei", "delle" ecc. ecc.

Sarebbe ora di convincersi definitivamente che non esistono i "diritti delle donne" o quelli "dei lavoratori" o "degli omosessuali". I diritti esistono e basta e, quando esistono, non sono limitati a questo o quel soggetto, ma, al più allo "stato" di quel soggetto..
Definendoli come "diritti di", essi possono essere facilmente confusi (soprattutto se qualcuno ha la volontà di crearla, questa contrapposizione) come diritti "opposti" a quelli di un altro (persona, genere, gruppo che sia).

Ma un diritto non è mai l'opposto di un altro diritto.
L'opposto di un diritto è la negazione di quel diritto. E basta.

E, nella vita, noi non siamo solo "una" delle categorie attualmente accreditate di "diritti di": in un solo attimo, ognuno di noi può diventare titolare di un "diritto del malato" al primo colpo d'aria o, per una banalissima storta al piede, di un "diritto del portatore di handicap". Sceso dall'auto, il soggetto del "diritto dell'automobilista" assurge a titolare di un "diritto del pedone".

Il diritto non può essere "relativo", tanto quanto non può essere "assoluto": ogni diritto comprende il suo limite intrinseco, altrimenti non è un diritto, ma la negazione di un diritto diverso.

Insomma, ogni volta che si parla di "diritto" ognuno dovrebbe prendere coscienza che quello è un "suo" diritto, a qualsiasi condizione umana esso si riferisca.

martedì 21 giugno 2011

Il creatore smemorato.


Chi siamo? 
Anzi, meglio, chi è chi?

Secondo la versione italiana di Wikipedia, CHI è innanzitutto l'acronimo di Computer Human Interface (che viene tradotto come "Interfaccia Uomo Macchina").

E' interessante "Interfaccia Uomo Macchina". Innanzitutto perché questa formula sembra mettere alla pari le due entità, l'Uomo e la Macchina. Non uno che usa l'altra e nemmeno il contrario. Dunque l'espressione definisce una relazione esistente, ma di cui non sappiamo altro.

Ed "Interfaccia" non è un vocabolo così chiaro.
Se si continua ad usare Wikipedia, "Interfaccia" può voler dire sia "dispositivo fisico o virtuale che permette la comunicazione fra due o più entità di tipo diverso" sia, in chimica, "la superficie di contatto fra due fasi distinte in una mistura eterogenea".
Ancora un altro passo che, come camminassimo in cerchio, ci riconduce all'inizio: "due o più entità di tipo diverso", così come "mistura eterogenea" danno l'idea un rapporto paritetico tra una entità sull'altra, che a sua volta può (deve?) spingerle addirittura a diventare una cosa sola.

Se diventano una cosa sola, allora non serve l'Interfaccia.

Non è un gioco di parole, a pensarci bene. E nemmeno è il caso di affidarsi a Wikipedia per avere delle definizioni precise.

Chi è chi, dunque?

Esiste un nostro "chi" che possa dirsi indipendente dalle relazioni con qualcosa d'altro? "Cogito ergo sum", senza voler entrare in ambiti filosofici complessi, sembra dirci che possiamo definire il nostro "chi" ovvero "che esistiamo" in base al fatto che pensiamo. Ma potremmo mai farlo da soli, visto che come minimo per definirci abbiamo bisogno di un linguaggio, che a sua volta esiste solo sulla base di una relazione di cui esso è il mezzo?

Un'entità cosciente sorta dal nulla in un pianeta disabitato e vuoto avrebbe un "chi" con cui definirsi?

Se è vero che non riusciamo ad immaginare nulla che non abbiamo già visto, quel tapino non avrebbe nemmeno la consolazione di invertarsi qualcosa fuori di sé... che tristezza essere un Dio senza ricordi sufficienti a cui ispirarsi per creare l'Universo!

martedì 7 giugno 2011

Conseguenze

Assiòma s. m. (pl. -i) Principio evidente per sé, e che per ciò non ha bisogno di essere dimostrato. (Fonte: "Il dizionario della lingua italiana" - G. Devoto, G. C. Oli - Ed. Le Monnier)


Non intendo scrivere post che abbiano a che fare con i fatti del giorno né che gli accadimenti pubblici associabili alla data di pubblicazione dei post  siano percepibili dal lettore.


Per riuscirci, pubblicherò sempre i post giorni dopo averli scritti e così, se qualcosa sembrerà riferirsi al "presente", lo sarà solo perché tale connessione sta nella mente del lettore, così involontariamente coinvolto nel significato di ciò che legge.


Ed a scrivere da soli su un monitor, la mia naturale tendenza all'ammaestramento altrui trova ampie energie per sopraffarmi. Per scampare a questo tranello, ho deciso di pubblicare i post in ordine diverso da quello in cui li scrivo, così che anche le possibili relazioni tra di essi siano costruite dal lettore, casomai. Eviterò così anche la possibilità che i blog abbiano tra loro un rapporto causa-effetto o, peggio, di spiegare uno il contenuto di un altro.


Se tutto ciò ha un senso, ho fatto di tutto per evitare che in senso opposto si tornasse indietro.

lunedì 6 giugno 2011

Chi ricerca, ritrova!

Credo appaia a molti come assolutamente affascinante l'idea che persone vissute migliaia di anni prima di noi siano giunte a conclusioni assai precise sia su fatti che riguardano la psiche umana sia su fenomeni più strettamente scientifici.

Sin da piccolo, mi ha sempre colpito l'idea che i popoli antichi di tutto il mondo avessero una così precisa visione dell'astronomia, tanto da fare calcoli molto complessi su albe, tramonti, inclinazioni solari, eclissi. ecc. ecc.
Avevano mezzi assai semplici, rispetto ad oggi, ma riuscivano comunque a capirci parecchio.
Il loro senso del tempo era così particolare che erano in grado di fare osservazioni stellari che duravano per più generazioni umane, trasmettendosi nel tempo i dati man mano emersi e così riuscendo a calcolare con enorme precisione i movimenti degli astri.

Ovviamente, oggi si è molto più avanti di allora e, benché restino insoluti problemi enormi, le nostre conoscenze su materia e cosmo compiono straordinari passi avanti ogni giorno.

La teoria delle stringhe, dimostrata sul piano matematico ma finora ancora non sufficientemente comprovata sperimentalmente, è una soluzione proposta da alcuni decenni per avvicinarsi alla soluzione del più rilevante problema fisico che oggi ci appare innanzi, l'unificazione delle forze.
Tralascio ogni descrizione dell'una e dell'altra cosa, perché quello che mi preme sottolineare è la grande similitudine tra quanto previsto dalla teoria delle stringhe e quanto descritto dalla cosmogonia vedica (qui trovate qualche riga a riguardo, in una descrizione molto semplificata).

In sintesi, l'Universo (anzi, gli universi) descritti dai Veda ca. 4000 anni fa assomiglia molto a quello previsto dalla teoria delle stringhe. Le somiglianze si estendono all'aspetto, alla modalità di evoluzione e persino a particolari ancora solo scientificamente oggi presagiti, ma già descritti con grande accuratezza nei testi vedici.

Premesso che le similitudini esistono solo in quanto NOI le costruiamo (sulla base delle conoscenze che abbiamo oggi su Universo e Veda, nell'esempio) e quindi un sano senso di distacco è sempre bene tenerlo, nondimeno ritengo sia di grande aiuto tanto nella speculazione filosofica quanto nella ricerca scientifica questa idea che più avanti si va più indietro si ritorna.

Insomma l'idea sempre veleggiata nel pensiero umano che vi sia una "circolarità" nella vita umana (vita, morte, rinascita) quanto nell'universo (inizio, espansione, fine e nuovo inizio) sembra estendersi anche alla conoscenza quando, come in questo caso, essa sembra dapprima espressa nella religione, poi persa nella storia ed ora tornare a noi attraverso la scienza.

giovedì 2 giugno 2011

Sole e polvere

Appaiono talvolta all'orizzonte persone che riescono a sintetizzare nelle loro opere intere cosmogonie, a descrivere magistralmente lo spirito dei loro tempi, arrivando talora a disegnare con assoluta precisione caratteristiche universali.


Lorenzo Da Ponte penso possa ben figurare tra loro.


Senza che dobbiate cliccare sul link, ricordo semplicemente qui che egli fu un grande letterato che visse tra Settecento ed Ottocento e che fu reso celebre in particolare dai testi (quello che nel mondo operistico si chiama "libretto") della trilogia italiana di Mozart (Le nozze di Figaro, Don Giovanni, Così fan tutte).


Come il raggio solare che, filtrando dal vetro della finestra in una radiosa giornata d'inverno, sottolinea senza riguardo la polvere ancora presente sul pavimento appena pulito, così in queste tre opere la reale natura umana viene così bene illuminata da non concedere che alcuna convenzione sociale sia sufficiente nascondiglio ai suoi limiti.


Sebbene la diretta conoscenza dei testi renderebbe molto più apprezzabile il significato delle singole espressioni, la battuta del Conte ne "Le nozze di Figaro", quando dice "l'onore... dove diamin l'ha posto umano errore!" rende bene da sola l'intransigenza verso tutti quegli "infausti apparati" che la cultura ha costruito intorno alla natura umana.


A volte penso che, a riuscir a mandare a mente l'intera trilogia e ad usarne le battute in maniera debita, essa basterebbe per sostenere qualsiasi conversazione nella vita, tanto è estesa la visione che lì viene data della vita umana, dei suoi fasti, della sua miseria, dei suoi limiti e della sua grandezza.


Ci sarebbe davvero da scriverne moltissimo, e così è accaduto, in effetti.


Sono certo che mi ricapiterà di farlo anche qui. 


Diversamente da coloro che hanno lavorato nei secoli per ridurre a pochi assiomi le fondamenta della scienza, Da Ponte svela i più reconditi pensieri umani sempre mostrandone i perché, aggiungendo domanda a domanda e risposta a risposta, a prova e controprova.
Tanto che il "Così fan tutte" giunge ad essere il racconto di una scommessa tra un vecchio dai "crini già grigi", Don Alfonso (dove "Don" è un titolo onorifico e non curiale) e due baldi giovani (Ferrando e Guglielmo), i quali, forti appunto della loro inesperienza, son pronti a giurare sull'assoluta fedeltà delle loro amate (Dorabella e Fiordiligi), così da giungere a giocarsi cento zecchini contro il loro amico, che invece, con l'aiuto di una serva giovanissima ed astuta (Despina) dimostrerà loro in poche ore quanto presto possa cangiar l'animo umano.


Ed in tutta la commedia non c'è un solo accenno di giudizio morale, tutta l'azione è vista come in un microscopio, dove parole, corpi e spiriti si muovono tra le mani dell'architetto del tranello disvelatore (Don Alfonso), ma in realtà solamente assecondando le più forti energie intime dell'animo.


In questo, Da Ponte non parteggia mai per gli uomini o per le donne, creando continui contrappesi reciproci tra i quattro personaggi "amorosi" e lasciando che gli altri due descrivano man mano con assoluto disincanto sia la più profonda natura umana sia gli orpelli dietro cui si riparano i quattro amanti per sfuggire a quella.


Alla fine si sposeranno, i quattro, perché è appunto parte della ragione umana l'accettazione di quella stessa natura, così malamente ostacolata dalla "nobile educazion".


E se, alla fine di questo mio post, ci avete capito poco o nulla... beh... allora fate quello per cui l'ho scritto: ascoltate anche solo l'inizio del "Così fan tutte".