sabato 28 maggio 2011

Il cristallo del dubbio

"Ho letto e raccolto costantemente fatti sulla variazione delle piante e degli animali allo stato domestico e sulla questione delle specie: ho ora un vasto complesso di dati e credo di poter tirare alcune fondate conclusioni. La conclusione generale che sono lentamente indotto a trarre partendo da una convizione totalmente opposta è che le specie possono mutare e che specie affini discendono da ceppi comuni. So bene fino a che punto mi espongo al biasimo per una simile conclusione, ma se non altro vi sono giunto onestamente e dopo accurata ponderazione."

Traduzione dalla lettera  di Charles Darwin a L. Jenyns - 12 Ottobre 1845


Quando si pensi alla scienza e se ne voglia afferrare tanto lo splendore quanto la cristallina trasparenza, penso si debba andare a queste righe.

Dentro ad esse si trova tanta umiltà, tanta tenacia, tanta forza e tanto dubbio che penso mai descrizione migliore del termine "scienziato" sia stata data.

Leggere e rileggere quelle parole: Darwin le scrisse nel 1845 e la "conclusione" di cui parla la pubblicherà solo 14 anni dopo. 

14 anni dopo.

Quattordici.

Se le lezioni si danno con l'esempio, davanti a Darwin possiamo davvero e solo inchinarci.

martedì 24 maggio 2011

Distante un giorno


  1. Esiste un numero naturale, 0
  2. Ogni numero naturale ha un numero naturale successore
  3. Numeri diversi hanno successori diversi
  4. 0 non è il successore di alcun numero naturale
  5. Ogni insieme di numeri naturali che contenga lo zero e il successore di ogni proprio elemento coincide con l'intero insieme dei numeri naturali (assioma dell'induzione)

Questi qui sopra sono gli "assiomi di Peano" con cui il matematico torinese definì, appunto in forma assiomatica, l'insieme dei numeri naturali (i numeri interi non negativi, come 0, 1, 2 ecc.), cioè i numeri che siamo abituati ad usare sin dalla più tenera infanzia.

Trovo che riuscire a stabilire così pochi decisivi punti come fondazione della parte più, diciamo così, consueta della matematica sia qualcosa di strepitoso.

Di assiomi ne esistono altri, ovviamente, che fanno riferimento ad altri concetti logici, matematici, ecc.

Alcune delle leggi più importanti della fisica sono riconducibili a formule dall'aspetto semplice ed elegante (le formule non sono sempre assiomi, giusto per chi non avesse mai avuto modo di giocare con i numeri).

Non solo, ma oggi il punto focale della fisica è trovare ciò che unifica le forze base che, sempre banalizzando, tengono insieme l'Universo. 
E' possibile che, raggiunto quel risultato, avremo anche in quel caso una nuova formula elegante come lo è 


E=mc²


Ovvio che "elegante" non è un criterio oggettivo. "Elegante" è qualcosa che riduce a brevissima stringa di caratteri un'idea, una scoperta inversamente complessa rispetto alla formula che la definisce.

Guardando alla storia della scienza, e della fisica in particolare, si può dire che ogni idea che si credeva vera un tempo ha poi subito modifiche sostanziali con il procedere della ricerca. E ciò ci spinge a pensare che le "verità scientifiche" attuali potranno evolvere in futuro.

La semplicità degli assiomi di Peano, così come l'eleganza delle formule di Einstein e di altri, o la semplicità logica dei principi dell'evoluzione così come determinati (e addirittura modificati negli anni dallo stesso autore) da Darwin sembrano dirci che le "verità" più incisive nella nostra cultura sono riconducibili ad una chiarezza esemplare.

Tutto ciò è vero quando l'oggetto osservato è esterno a noi stessi. Come se, addentrandosi nella psiche, tutto prendesse una forma diversa, così complessa e magari disordinata da non essere riconducibile ad assiomi, formule e leggi altrettanto cristalline.

Sembra insomma che descrivere l'Universo (grande e distante) sia più facile che descrivere noi stessi (piccoli e così vicini da rendere osservato ed osservatore indistinguibili tra loro).

Come potrebbe dire qualsiasi musicista, la musica percepita da chi sta suonando è sostanzialmente diversa da quella sentita dall'ascoltatore.

E adesso basta, che ci stiamo avviando verso l'infinito.

Anzi, un infinito numero di infiniti.

sabato 14 maggio 2011

Lo coscienza di Pac-man

Gli amici di filosofiablog.it sono stati così cortesi da inviarmi un paio di link adatti per affrontare la questione posta in "Test per astroincreduli".

Eccoli qui:

http://plato.stanford.edu/entries/brain-vat/
http://www.iep.utm.edu/brainvat/

Non sto a spiegare nulla, visto che sono due testi sufficientemente estesi e chiari che affrontano il tema basandosi su un esempio (il cervello nella vasca) che ha forti similitudini con l'idea del videogioco.

Ma ci sono anche grandi differenze, a parer mio, nei due diversi casi: in uno tutto si svolge dentro al cervello, nell'altro ci sono attività fisiche guidate dal cervello. Per quanto immersi in un contesto che, per comodità, possiamo continuare a pensare "irreale", quale il videogame, esistono gesti fatti verso l'esterno dell'essere pensante protagonista (noi stessi). E non è poco.

L'altra sera ho avuto un lungo dialogo con il mio miglior amico su cosa porterebbe l'avere certa coscienza della nostra, diciamo così, "immersione" nel videogame. E' apparso ovvio che se tutto ciò che vediamo intorno a  noi, persone incluse, fosse solo un ammasso di pixel allora molti aspetti della nostra morale potrebbero subire revisioni pesantissime.
Chiunque abbia giocato a Pac-man non ha certo vissuto alcun senso di colpa nel "mangiare" gli avversari del mostricciatolo boccuto comandato dal joystick. Ergo se QUESTO mondo fosse un livello qualsiasi di un gioco analogo, della morte nostra o altrui potrebbe importarci assai poco.

Trovate terribile la cosa?

Beh, c'è di peggio.

Noi pensiamo ai pixel perché i videogiochi che noi conosciamo sono basati appunto su computer, programmi e pixel. Ma in futuro potremmo essere in grado di produrre cose analoghe con tecnologie completamente diverse. Potremmo giungere a manipolare gli elementi, i batteri, le entità minime di vita terrestre esattamente come oggi manovriamo bit e pixel.

Pixel e cellule, secondo questa visione, sono assimilabili. Differente la tecnologia, simile l'effetto, uguale il valore intrinseco. Il valore. Qualsiasi valore esso sia.

Dunque, se ora non ci dà nessuna sensazione negativa né senso di colpa "uccidere" un essere fatto di bit e pixel, forse in futuro proveremo la stessa serenità giocosa nell'eliminare personaggi del gioco fatti di cellule.

Nella nostra vita però siamo abbastanza saggi da non considerare gli esseri umani (e anche altri tipi di entità e anche solo certi tipi di esseri umani) come una massa di cellule, atomi, quark.

Ma se qualcuno avesse i mezzi per costruire NUOVE entità viventi (magari anche pensanti e soggetti ad emozioni e sentimenti) la nostra ritrosia nel far loro del male si manterrebbe nella nostra coscienza? Se ci venisse spiegato ogni giorno che quelle entità sono un frutto, anzi un prodotto, della nostra stessa tecnologia, davvero sapremmo metterle sullo stesso nostro piano e non infierire su di loro?

Ed in cosa sono NUOVE? Sono nuove perché non c'erano prima, si dirà. "Non c'erano" sta a significare che "non esistevano", ma per estensione che "non ne sapevamo dell'esistenza" o che "non interagivamo con loro", tipo gli indios sudamericani dopo le scoperte geografiche europee tra XV e XVI secolo.
Che sono stati sterminati, pac-man like.

Una volta anche gli immigrati non c'erano, non esistevano, non ne sapevamo l'esistenza (stavano a casa loro e quindi non erano emigranti né immigrati) e non interagivamo con loro.

I limiti della coscienza del male sembrano distruggersi facilmente quando li applichiamo ad entità di cui non conosciamo l'origine, che non riconosciamo come pre-esistenti a noi stessi ed al nostro ambiente.

E' nella nostra esperienza umana, e ben prima che nel ragionamento filosofico, che noi riusciamo ad inviduare altri esseri senzienti come "altro da noi", come ammasso di cellule, come pixel colorati sul televisore che ci mostra gli sbarchi.

sabato 7 maggio 2011

Test per astroincreduli

A cento anni da oggi, con una potenza di calcolo immensa, un metodo di programmazione adatto, ispirandosi alla vita per come la conosciamo su questo pianeta (e magari quel giorno ne conosceremo anche altre) e basando il tutto sulle regole della fisica, che razza di videogiochi potremmo inventare?

Magari si potrebbe inventare un gioco che si chiama "Cosmo".
Naturalmente il realismo del tutto sarebbe pari alla potenza di calcolo già citata. Tutto inventato, ma tutto reale insomma.

Reale soprattutto per i personaggi del videogame.

Ai "terrestri" potremmo dare una serie di regole base su cui basare le loro reazioni all'ambiente attorno.

Poi un sistema che desse un valore numerico diverso ad ognuna di quelle regole man mano che il gioco va avanti, lasciando poi al personaggio una "variabile aperta", diciamo così, che chiameremo "libero arbitrio" e che sarà un valore in grado di incidere sul successivo comportamento dell'omino.

Finiamola qui, tanto chi legge ci è già arrivato.

C'è chi pensa che GIA' noi viviamo in un videogioco ed ha pensato che per provarlo si potrebbe cercare "il pixel" cioè l'unità-immagine minima. Se esiste, secondo queste persone, si proverebbe che questo universo E' un videogame.

Detto che, a parer mio, anche trovando "il pixel" non si dimostrerebbe niente altro che la sua esistenza e che questo, in senso logico, non dimostra affatto che noi si viva dentro un giochino, altri aspetti di questa cosa mi incuriosiscono.

E poi la domanda vera: come Cartesio prima e Turing poi (e altri dopo) hanno pensato a test che rivelino la possibile intelligenza di una macchina, quale test si potrebbe inventare per stabilire se viviamo o no dentro un videogame?

Il gioco si fa difficilissimo, anche perché noi (e anche l'omino lo sarà) siamo DENTRO il sistema di riferimento.

giovedì 5 maggio 2011

T(o)uring Can Make You Crazy



Se si può usare l'aggettivo "originale" vicino al sostantivo "pensiero" ed intendendo tale espressione come "fuori dall'ordinario" più che come "nuovo", allora mi sembra che molti "pensatori originali", sia del passato che del presente, condividano alcuni interessi, idee, punti di contatto.


Oppure sta in chi li ascolta e legge inventarseli.


Alan Turing era un genio che, al di là di una certa popolarità tra gli specialisti, non ha avuto il riconoscimento che meritava. Come logico, per quello che ha pensato ed inventato, e come persona, per la sorte che ha subito a causa della sua omosessualità.


Frank Zappa è un nome sicuramente più conosciuto. Persona di enorme talento musicale, tendenzialmente monomaniaca, ogni tanto esprime nella sua musica anche interessi inattesi. Il titolo di un suo brano, ad esempio, è "Finding Higgs Boson".


Curiosamente, quel brano è stato pubblicato in un album postumo (di Zappa sono decine...) in cui appare anche "Touring Can Make You Crazy", che proviene da un suo disco di alcuni decenni prima, "200 Motels", pubblicato nel 1971.


L'album "200 Motels" è a sua volta una costruzione molto originale, per l'epoca. Composta da 34 o 39  brani (dipende dall'edizione e vi ricordo che al tempo i dischi erano in vinile, con le conseguenti costrizioni fisiche di registrazione), è la colonna sonora di un film interpretato da Zappa e dal suo gruppo (i "Mothers Of Invention"), ed include brani suonati insieme alla Royal Philarmonic Orchestra, il che consente di percepire tutta l'influenza su Zappa di alcuni grandi compositori come Igor StravinskyEdgard Varèse e Anton Webern.


Non c'è nulla che faccia immaginare che Zappa abbia mai pensato "TURING Can Make You Crazy".


Ma sapere e capire cos'è il bosone di Higgs, suggerisce che Zappa, come Turing, fosse assai interessato a certi processi logici ed alle capacità di astrazione della mente (ché Varèse, senza quella, è inascoltabile).


Addiritura, come Turing aveva inventato un test per stabilire l'intelligenza di una macchina, così Zappa racconta come usasse "Ionization" (o, più correttamente, ""The Complete Works of Edgard Varese, Volume One"") come test del suo interlocutore: se l'ascoltatore apprezzava, Zappa poteva considerarlo sufficientemente intelligente da poter diventare suo amico.


Dunque il gioco di parole che costituisce il titolo di questo post altro non è che un gioco di parole. 


Un gioco di parole a cui credo, così come Zappa pensava che "I still think Deserts is about Lancaster, even if the liner notes on the Columbia LP say it's something more philosophical.".

lunedì 2 maggio 2011

Ricetta per viaggiatori

Certe passioni possono nascere per caso, come per un colpo di fulmine.
Altre invece vanno cercate.
Altre ancora sono frutto della rabbia.

A me capita con la musica.

La musica in generale mi piace da sempre, ma più passa il tempo più passo ad ascoltare nuova musica. Volontariamente.

Mi accade in particolare con i grandi autori, a qualsiasi genere musicale appartengano.

Come dice spesso il mio amico Pali (insigne musicista di cui questo è il nick), citando un famoso autore, "la musica è ciò che uno ascolta pensando che lo sia."
Già questa frase apre panorami vastissimi ed elimina il senso della domanda che ci si pone quando qualcuno ha gusti musicali così diversi dai nostri: "come fa a piacergli quella roba lì? Per me non è neanche musica, quella."
Insomma, la frase di Pali è un'ottimo antidoto alla chiusura della mente.

Partendo da questo presupposto non è comunque detto che i propri gusti cambino o si estendano, ovviamente.

Però...

"Miles Davis", "Beethoven", "Muddy Waters", "Frank Zappa"... sono nomi che tutti abbiamo sentito, che sono arrivati a noi esattamente perché queste persone sono ritenuti dei "grandi" nel loro genere (e anzi "grandi della musica" e basta, andrebbe detto).

Già. Ma io di Frank Zappa non so nulla, proprio mai sentito un singolo brano.

E questo mi fa rabbia. Molta rabbia.

Mi fa rabbia perché so di perdere qualcosa nel non conoscere la sua musica, se a tanta gente trasmette qualcosa.
Mi fa rabbia esattamente come quando non riesco a "visualizzare" una legge della fisica o un processo logico.

E allora non resta che andare in cucina.

Se a qualcuno può servire, ecco la mia personalissima ricetta:

  • scaricare da Internet una tonnellata di musica dell'autore in questione;
  • ascoltarla ripetutamente, ignorando il fatto che tale ascolto inizialmente può non dare la minima soddisfazione;
  • isolare i brani con cui, poco o tanto, si sente di avere maggior feeling;
  • incominciare a leggere (o farsi raccontare, se se ne ha la possibilità) tutto quello che riguarda quel brano, quel disco, quell'opera;
  • a questo punto, comincia l'effetto domino: 
  • leggendo com'è nata l'opera x, sicuramente ci saranno riferimenti all'opera y e z;
  • a questo punto, si è spinti ad ascoltare y e z e si scopre che esse sono interessanti, o almeno meno insignificanti di quanto non lo sembrassero quando le si erano ascoltate in precedenza;
  • ascoltata x, y e z, automaticamente si memorizzano vari "topos" dell'autore in questione (una modalità musicale, una certa maniera di scegliere le parole, alcune modalità ricorrenti nell'usare la voce e questo o quel strumento, ecc. ecc.);
  • a questo punto, si ha la sensazione di cominciare a conoscere quel tal artista e, se piace, il resto viene da sé. Se invece ancora non lo si sente affine alla propria sensibilità, lo si può tranquillamente e coscientemente lasciar perdere. Ma vedrete che non sarà facile... 
La ricetta va usata con grande attenzione: mondi sconosciuti riempiranno presto la vostra testa e vi invoglieranno a fare altri viaggi e più viaggerete, più scoprirete che la meta si allontana, e più vi allontanerete, più aumenterà la vostra velocità nel percepire sempre nuove curiosità.

Un big bang, insomma. E l'Universo che è  nella mente comincerà ad espandersi, magari spingendovi a pensare che quello astronomico è solo una frazione del piacere incommensurabile di capire e di sentire insieme.